The Gags

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Dopo il brevissimo periodo di adattamento, per me si prospettò un modo completamente diverso di concepire le prove. Il metodo di lavoro dei Gags era molto intenso ed impegnativo per noi strumentisti.
La sezione dedicata a riprendere pezzi di repertorio era solo quella iniziale, quando dovevamo trovare il giusto equilibrio dei suoni. D’ora in poi le sessions sarebbero state finalizzate a registrare una media di circa 2 nuovi pezzi alla volta. Le prove venivano prese molto seriamente, c’era molta disciplina, non era consentito sbagliare troppo. Può sembrare esagerato, ma personalmente mi trovai subito a mio agio con questo metodo: mi consentì di migliorare moltissimo, anche grazie alla possibilità di suonare con gente più preparata di me nel proprio ruolo.

L’unico momento rilassato erano i 5/10 minuti iniziali mentre ci preparavamo.
Bite, che a dispetto del nome era un tipo molto tranquillo e perennemente perso in un suo mondo, era, per sua indole, il meno coinvolto nel gruppo. Ci piaceva come suonava, anche se era fastidioso dovergli rammentare il susseguirsi delle parti dei pezzi di repertorio perché non se le ricordava. Un tipo simpatico su cui c’erano aneddoti divertenti.
Lamb aveva un ruolo molto importante. Il suo strumento, in una formazione chitarra-basso e batteria, era preponderante. Soprattutto all’inizio suonava davvero bene. Era una persona estremamente cortese.

Mentre Glezos cominciava a spiegare le parti di chitarra e basso, io avevo modo di pensare alla mia. Certe volte lui aveva già in mente anche il tempo di batteria, ma in ogni caso ero, tra tutti e tre, quello che aveva più libertà di azione. Per me la funzione del mio strumento è sempre stata quella di essere a totale servizio dell’insieme, non ho mai cercato di imporre le mie idee. A onor del vero non ne ho mai sentito la necessità.
L’incognita di ogni volta era il funzionamento dell’impianto voce. Usavamo molto riverbero; in alcune canzoni incise allora ci sono strani effetti eco, soprattutto nei finali... La sala non era molto grande, dovevamo ogni volta posizionare accuratamente gli amplificatori e il microfono della voce per evitare i soliti terribili inneschi e fischi, nelle due sole ore a nostra disposizione.

Alla fine delle prove ero esausto, ma per me era bello provare: c’era sempre la curiosità di sentire i pezzi nuovi. Avrei avuto molto presto, non appena sarebbe stata pronta la mia copia del nastro, qualcosa di bello da sentire nei giorni seguenti. Quando ascoltavo le nostre registrazioni non lo facevo pensando “questo sono io che suono”, per me era quasi come mettere sul giradischi un disco registrato da qualcun’altro.
Il gruppo, per Glezos e me, era un’entità a sé stante, al di là delle questioni personali e delle amicizie, un’idea da portare avanti attraverso un rigido codice di comportamento e il massimo impegno. Non eravamo fanatici ma solo rigorosi. Era il segreto per combinare qualcosa, un’attitudine opposta a quella hippie, appunto. Questa sarebbe stata la ragione di alcune decisioni molto drastiche che avremmo preso negli anni seguenti, anche quando avrebbero riguardato noi stessi in prima persona.

Pochissimi del “giro punk” erano ammessi alle session del gruppo. Mi ricordo solo di Anna e Taiana presenti a nostre prove. Era più facile che ci fosse gente del tutto estranea al nostro mondo.
Continuammo a fissare su nastro pezzi nuovi fino a che prese corpo l’idea di organizzare il concerto del Teatro dei Chiostri. Scegliemmo con cura le canzoni del set, un misto tra vecchie (quelle incise con Gear Tres, come ad esempio 'French' e 'Jordan', che dovevamo vedere come venivano con me alla batteria) e nuove.
Rimasi colpito dalla cura con cui Glezos, una volta stabilito l’elenco definitivo, preparò la scaletta. Ha sempre curato molto quest’aspetto.
La riunione in cui decidemmo le canzoni da suonare fu una delle rare occasioni in cui ci incontrammo tutti e quattro al di fuori del 'Free Sound'.
Glezos ed io, invece, ci frequentavamo moltissimo.